La legge sull’aumento della quantità di succo nelle aranciate

Oggi riportiamo un estratto dell’articolo del Giornale di Sicilia  a proposito della legge sulla quantità di succo nelle aranciate.

Ci sono voluti 60 anni, ma alla fine la svolta è arrivata: la quantità di succo d’arancia contenuto nelle bibite analcoliche vendute in Italia con la dicitura che utilizza o richiama il nome del prezioso frutto, è passata dal 12% al 20%.

Un rialzo che secondo la Coldiretti, impegnata in prima linea per modificare la precedente normativa in vigore dal 1958, non potrà che rivitalizzare tutto il comparto dell’agrumicoltura, specialmente quello siciliano, che negli ultimi dieci anni ha conosciuto un netto calo produttivo, con molte aziende costrette a chiudere i battenti.

Lo stop «alle aranciate senza arancia», ricorda l’associazione di categoria, è previsto dalle disposizioni contenute nella legge 161 del 2014, scattate il 6 marzo; ma concretamente, quanto potrà incidere tutto ciò sulla mappa degli agrumeti nostrani e sul commercio della materia prima? Secondo le stime di Coldiretti, grazie a quel +8% di spremuta immesso nel mercato delle bevande analcoliche, che da solo vale 5,8 miliardi di euro, ogni anno si utilizzeranno 200 milioni di chili d’arancia in più e «si andranno a salvare oltre 10mila ettari di agrumeti italiani, situati soprattutto in Sicilia e Calabria».

Il primo effetto, dunque, sarà quello di arginare la perdita delle coltivazioni italiane, che negli ultimi 15 anni hanno visto sparire una pianta di arance su tre e 60mila ettari di agrumi. Numeri di una crisi che non ha certo risparmiato il territorio siciliano, ancora primo produttore nazionale di arance, con due marchi Dop e Igp, oltre 52mila ettari coltivati e 9,5 milioni di quintali raccolti, ma in declino rispetto al 2006, quando gli ettari erano quasi 60 mila e i frutti destinati al commercio superavano i 12,5 milioni di quintali (il 25% in più).

Ne sanno qualcosa gli aranceti della Piana di Catania, dove si concentra il grosso dell’agrumicoltura dell’Isola, che in un decennio sono passati da sei a poco più di quattro milioni di quintali prodotti, con un calo di oltre il 30%. I primi a farne le spese, ovviamente, sono gli agricoltori, che oggi, ricorda Coldiretti, per ogni aranciata venduta sugli scaffali a 1,3 euro al litro guadagnano solo 3 centesimi, del tutto insufficienti a coprire i costi di produzione e raccolta: «Una situazione che alimenta l’intollerabile catena dello sfruttamento lavorativo e colpisce chi è attento al rispetto delle regole», dovuta sia dalla concorrenza estera sleale, sia al fatto che, fino a poco tempo fa, «l’88% delle aranciate poteva essere fatto solo di acqua, zucchero e aromi».

Adesso, il vento potrebbe cambiare proprio grazie alla novità giuridica, festeggiata da Coldiretti con una mobilitazione nazionale in piazza per aiutare i cittadini a leggere le nuove etichette e offrire loro maxispremute, da Roma fino Catania. Il presidente regionale della Coldiretti, Francesco Ferreri, è certo che il provvedimento «valorizzerà finalmente anche il cosiddetto scarto produttivo, quelle arance piccole e forse brutte a vedersi, ma di grandissima qualità e ottime da spremere, che purtroppo oggi vengono svendute anche a causa dell’ingente flusso di merce estera, soprattutto spagnola».

Il prossimo passo? Rendere obbligatoria l’indicazione d’origine in etichetta per tutelare chi compra e chi produce, sulla scia delle battaglie fatte per la pasta, il riso e le conserve di pomodoro».  La quantità di succo d’arancia contenuto nelle bibite analcoliche vendute in Italia con la dicitura che utilizza o richiama il nome del prezioso frutto, deve obbligatoriamente aumentare.

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